
FITNESS & MOVIMENTO
Trekking:
più che sport,
una filosofia!
di Alessio Strambini
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Perché amo il trekking
Perché ho scelto il trekking come attività sportiva? Perché effettuare del trekking significa essenzialmente camminare, camminare nella natura, immersi nel silenzio e in paesaggi spettacolari.
Certo, questi ultimi non sono prerogativa del trekking: altri sport, pensiamo allo sci o alla mountain bike, permettono un contatto diretto con dei territori incontaminati… Contatto diretto fino ad un certo punto però, perché sempre mediato da qualche mezzo artificiale. Il telaio e le ruote per la mountain bike e un paio di lamine per lo sci.
Anche il nuoto - che per essere praticato non ha bisogno di abbigliamento e strumenti tecnici indispensabili per altri sport - ha comunque bisogno di una notevole tecnica di esecuzione, soprattutto per gli stili della rana e del delfino.
Almeno in questo caso, l’intervento dell’uomo non si desume nella costruzione di particolari marchingegni per il migliore svolgimento dell’attività, ad eccezione, in qualche caso, di pinne e boccaglio. Nel nuoto, per la maggior parte delle volte praticato “come mamma ci ha fatto”, esiste tuttavia un’artificiosità del gesto, che deve sempre essere appreso.
Se ci facciamo caso quasi tutti gli sport, anche il calcio, la pallavolo e il rugby ad esempio, per essere praticati necessitano di regole e tecniche che obbligano a lunghe e ripetute sessioni con maestri ed istruttori qualificati. Perché nello sport, come del resto nelle altre attività umane, è fondamentale la pratica continua per poter esercitare in maniera corretta quello che si è imparato.
Uno gesto naturale
Una sola attività sportiva non richiede la frequentazione di corsi ed allenamenti, perché è la prima attività che abbiamo imparato a praticare nella vita: camminare.
Chiunque abbia visto crescere un bambino può ricordare quanta determinazione, caparbietà, ostinazione, servano ad un cucciolo d’uomo per imparare a reggersi sui soli arti posteriori. Quanti tentativi falliti, quante cadute, quante volte a camminare gattoni prima di riuscire a camminare eretti. Capacità che l’uomo acquisisce intorno al primo anno di vita e che dopo diventa talmente automatica che non ci si fa più caso.
Ecco perché il trekking (letteralmente dall’inglese “escursionismo”) è uno dei pochi sport – o se preferiamo stile di vita - che non necessita di nessuna tecnica. Il camminare, e di conseguenza anche la corsa - capacità innate nella nostra specie - per essere esercitate al meglio hanno solo bisogno di un leggero affinamento o di sedute di allenamento per aumentare la resistenza o la velocità.
Il trekking in montagna
Non è facile descrivere quali sensazioni si provano quando si cammina in montagna. Perché all’attività fisica, sempre benefica per il benessere psicofisico dell’individuo, si aggiunge il contatto diretto con l’ambiente naturale, ambiente totalmente incolto che non ha subito modificazioni da parte dell’uomo.
Al gesto atletico si unisce la visione di paesaggi spettacolari e la presa diretta con un eterno silenzio.

Ricordo con precisione un escursione effettuata alla Cima Saoseo, nella Valgrosina occidentale, una valle laterale della Valtellina. Una gita effettuata in solitaria, forse contravvenendo alle principali norme di sicurezza in montagna, ma che mi ha ripagato in termini di tranquillità e serenità.
Si lascia l’automobile ai 1.800 metri dell’abitato di Malghera, vicino al Santuario della Madonna del Muschio, insolitamente grande considerando la quota a cui ci troviamo. Appena passata l’alpeggio con la sua tipica stalla lunga, la strada sterrata si trasforma in un largo e comodo sentiero che taglia un dosso in obliquo. Al di là del dosso il paesaggio si apre a vista d’occhio su una vastissima piana che supero agevolmente.
Il sentiero adesso si inerpica a tornanti sulla parete della montagna, che però non ha ancora la conformazione rocciosa che si trova dopo il bivacco dedicato a Duilio Strambini, prossima tappa dell’itinerario. Oltre il bivacco si cammina su pietraie e si costeggia il lago Zapelàsc, che risplende al sole.
Si sale ancora fino al passo di Sacco e poi si prende completamente a destra, in una natura resa ancora più suggestiva perché ha abbandonato il verde abito estivo e ha acquisito quello dorato dell’autunno.
Ora la cima si è fatta più vicina, in poco tempo dovrei arrivare, ed invece man mano che cammino sembra allontanarsi. Ma alla fine raggiungo la vetta e la stanchezza e il fiatone che mi hanno accompagnato per buona parte del viaggio svaniscono in un attimo, mentre poso i piedi irrequieti sui 3.200 metri della cima.

Il bello del trekking sta proprio in questo: tutta la fatica accumulata per raggiungere la meta sparisce in un colpo, quando sei su una vetta più alta delle altre e ti godi un panorama che spazia a 360 gradi, non ostacolato da altre montagne.
Alessio Strambini
Le foto sono di Alessio Strambini:
Lago Zapelàsc, dal crinale della cima Saoseo
Cima viola e capanna dosdè dalla Saoseo
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