
SCANDALO A TAVOLA
Inchiostro nei cartoni del
latte per bambini di Nestlè
La contaminazione da SOPROPYLTHIOXANTHONE (ITX) nei cartoni in Tetra Brik di latte, vino, pomodoro, panna e succhi di frutta...
di Maria Carola Catalano
© 2007 - Tutti i diritti Riservati

ROMA (novembre 2005)
L’itx è un fotoiniziatore di inchiostri U.V. Viene utilizzato nella produzione di imballaggi Tetra Pak con tecnologia di stampa offset U.V. La sostanza è stata trovata disciolta nei contenitori di latte per l’infanzia.
Il Corpo forestale dello Stato, su disposizione della procura di Ascoli Piceno, ha sequestrato in tutta Italia le confezioni contaminate. A scoprire la contaminazione è stato il Servizio acqua e alimenti del dipartimento dell’Arpam di Ascoli, diretto dal dot. Ernesto Corradetti. Tutto ha inizio nei primi giorni dello scorso luglio.
La struttura ascolana dell’Arpam esamina un campione di “Nidina 2” della Nestlè, nell’ambito di un controllo di routine sugli Ipa, disposto dalla Regione Marche, sulla base di una raccomandazione Ue del febbraio precedente, sui preparati destinati all’infanzia da 0 a 3 anni.
“Gli Ipa non c’erano – afferma il dot. Corradetti - ma c’era un’altra sostanza, che abbiamo poi scoperto essere l’Itx, utilizzata miscelata con inchiostri per stampigliare involucri di alimenti destinati al consumo umano”.
La prima segnalazione di non conformità del latte inviata alla Regione Marche e alla ditta produttrice risale al mese di settembre. Il 7 ottobre scatta la seconda segnalazione su altri quattro campioni di prodotti per l’infanzia; il 27 ottobre il primo sequestro, in un supermercato di Comunanza. Il 9 novembre gli agenti del Corpo forestale dello Stato prelevano prodotti della stessa tipologia da una serie di supermercati della zona e, dopo i primi 100 decreti di sequestro, disposti dal procuratore della Repubblica Franco Ponticelli, l’11 novembre i provvedimenti si estendono a tutto il territorio nazionale, fino alla maxi operazione (30 mln di litri di latte) resa nota il 22 novembre.
L’opinione pubblica è sconvolta e molto probabilmente condivide le parole di Loredana De Petris, senatrice dei Verdi e capogruppo in Commissione Commissione Agricoltura ed Alimentazione del Senato: “E’ paradossale che le famiglie italiane siano costrette ad acquistare a prezzi stellari, anche 10-12 volte superiori al costo del latte pagato alla stalla, prodotti presentati come particolarmente affidabili che poi si rivelano inquinati e pericolosi per i piccoli consumatori. Ed è altrettanto paradossale che i controlli su questo genere di produzioni siano nelle mani dell’intraprendenza di qualche Procura della Repubblica in assenza di un monitoraggio sistematico e coordinato dei servizi nazionali di controllo”.
Il 29 novembre altri prodotti finiscono nella bufera per la presenza di Itx. Le analisi di laboratorio eseguite da Altrocunsumo, l’associazione indipendente di consumatori, confermano infatti che tutti i prodotti alimentari confezionati in Tetra Brik, questo il nome della confezione oggetto del ritiro, prodotta dall’azienda Tetra Pak, - quindi non solo il latte artificiale per neonati - possono essere contaminati dalla sostanza.
I prodotti potenzialmente interessati al fotoiniziatore ITX sono circa 1200, per stessa ammissione della Tetra Pak, e spaziano dal vino, al pomodoro, alla panna, ai succhi di frutta.
Le aziende coinvolte, compresa la Tetra Pak, si difendono affermando che il prodotto non fa male e non è, nè nelle liste vietate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, né tra le sostanze proibite dalla UE per l'utilizzo negli imballaggi alimentari.
Peccato, che secondo l’Arpam (Agenzia protezione ambientale delle Marche) l’ITX, invece, non sia contemplato fra gli additivi autorizzati da un decreto ministeriale del 2003. Peccato, che il Commissario europeo alla salute Kyprianou dichiari che l’ITX è “tra le sostanza non desiderabili”.
Ma quali sono realmente i rischi per la salute umana?
Purtroppo i pareri degli esperti non sono concordi.
Il professor Luciano Piergiovanni, titolare della cattedra di “Tecnologie del Condizionamento e della Distribuzione dei Prodotti Agro Alimentari” del corso di Scienze e Tecnologie alimentari della Facoltà di Agraria dell’università di Milano e grande esperto di imballaggio alimentare, afferma che “secondo gli studi disponibili fino ad ora l'Itx non è tossico, inoltre le quantità ritrovate nei prodotti alimentari sono molto ridotte, nell'ordine dei milionesimi di grammo per chilogrammo. Sono comunque in corso delle ricerche per capire se e quanto può essere tossica”.
Non la pensano allo stesso modo i colleghi americani. Già nel 1999, La First Chemical ha raccomandato ai suoi dipendenti, che stanno a contatto con l’itx, l’uso di un equipaggiamento protettivo, che includa guanti in PVC o neoprene, occhiali protettivi, abiti resistenti agli agenti chimici, e stivali. Ha inoltre avvertito i suoi operai che l’inalazione dell’itx in polvere può irritare le vie respiratorie.
E’ giunta a queste conclusioni in seguito al fatto che sei operai ebbero arrossamenti della pelle sul collo e sulla testa dopo aver usato il prodotto ed essere stati esposti alla luce del sole. L'arrossamento apparve subito dopo l'esposizione alla luce del sole e rimase per circa un giorno, senza ulteriori sintomi, secondo il documento. Due operai della First Chemical ebbero gli stessi sintomi dopo una esposizione simile.
A chi dobbiamo credere?
Nel dubbio tra la nocività o meno dell’itx, Fare Verde, una della maggiori associazioni ambientaliste italiane, propone la ripresa di sistemi di imballaggio che prevedono la cauzione e il vuoto a rendere. Quest’ultimo sistema, oltre ad essere basato sostanzialmente su materiali (il vetro in primis) sicuramente di maggior garanzia in termini di rilascio di componenti chimici, ha un minor impatto ambientale andando a diminuire alla radice il problema dei rifiuti derivanti da contenitori alimentari, ovvero non producendoli proprio.
Con il vuoto a rendere e il cauzionamento il contenitore non diventa rifiuto, quindi non grava sui costi di raccolta e smaltimento e non va ad alimentare inceneritori e nemmeno costi per la raccolta differenziata, facendo risparmiare totalmente le materie che sarebbero necessarie per la produzione di un altro contenitore.
Che ne dite?
Maria Carola Catalano
|